Mar 30 2008
Roland Barthes, i generi e il soggetto
“Sin dal primo passo, quello della classificazione, la Fotografia si sottrae. Le ripartizioni a cui la si sottopone sono in effetti empiriche (Professionisti/Dilettanti), o retoriche (Paesaggi/Oggetti/Ritratti/Nudi), oppure estetiche (Realismo/Pittorialismo), ma in ogni caso estranee all’oggetto, senza rapporto con la sua essenza, la quale (se esiste)
Camera chiara non puo’ essere altro che il Nuovo di cui essa e’ l’avvenimento; infatti, queste classificazioni potrebbero benissimo applicarsi ad altre forme, antiche, di rappresentazione. Si direbbe che la Fotografia non sia classificabile. Mi chiesi allora da che cosa poteva dipendere quel disordine.
In primo luogo, scoprii questo. Cio’ che la Fotografia riproduce all’infinito ha avuto luogo solo una volta: essa ripete meccanicamente Cio’ che non potra’ mai ripetersi esistenzialmente. In essa l’accadimento non trascende mai verso un’altra cosa: essa riproduce sempre il corpus di cui ho bisogno al corpo che io sto vedendo; essa e’ il Particolare assoluto, la Contingenza suprema, spenta e come ottusa, il Tale (la tale foto, non la Foto), in breve la Tyche, l’Occasione, l’Incontro, il Reale, nella sua espressione infaticabile. Per designare la realta’ il buddismo dice sunya, il vuoto; ma meglio ancora dice: tathata, il fatto di essere tale, di essere cosi’, di essere quello; in sanscrito tat vuol dire quello, e fa pensare al gesto del bambino che indica qualcosa col dito”…… “Una fotografia si trova sempre all’estremita’ di quel gesto; essa dice: questo, e’ proprio questo, e’ esttamente cosi’! ma non dice nient’altro; una foto non puo’ essere trasformata (detta) filosoficamente, essa e’ interamente gravata dalla contingenza di cui e’ l’involucro trasparente e leggero. Provate a mostrare le vostre foto a qualcuno; subito questi tirera’ fuori le sue: “Ecco questo e’ mio fratello; questo sono io bambino”,ecc.; la Fotografia non e’ mai altro che un canto alternato di “Guardi”, “Guarda”, “Ecco qua”; essa addita un certo vis a vis, e non puo’ uscire da questo puro linguaggio deittico. Ecco perche’ quanto piu’ e’ lecito parlare di una foto, tanto piu’ mi sembrava improbabile parlare della Fotografia. La tale foto in effetti non si distingue mai dal suo referente (da cio’ che essa rappresenta), o per lo meno non se ne distingue subito o per tutti (cio’ che invece fa qualsiasi altra immagine, ingombra com’e', sin dal primo momento e per sua stessa condizione, della maniera in cui l’oggetto e’ simulato): cogliere il significato fotografico non e’ impossibile (certi professionisti vi riescono), solo che cio’ richiede un atto secondo di sapere o di riflessione”…_






