Jul 12 2008
La sintesi come chiave espressiva dell’arte
“Sintesi e riduzione non sono sinonimi, né tutto ciò che è essenziale suona minimal. Per ridurre non basta togliere orpelli: il motto “Less is more” implica che quel poco che resta porti sulle sue spalle tutto e più di quel che prima spettava all’arte tradizionale, con i suoi segni, le sue materie, i suoi codici. Eliminare il superfluo può anche significare concentrazione sull’essenziale, autocostrizione, disciplina e “danza in catene” (per dirla col nietzschiano Caillois).” [...] Lo speciale modo di ognuno di essi [gli artisti] di dichiarare il proprio interesse per un modello di riduzione o di sintesi piuttosto che un altro, ci aiuta a capire che la complessità è all’opera anche nella semplificazione, che il molteplice brulica sotto la pelle diafana dello Zero. [...]
Marcel Duchamp, Scolabottiglie, 1914 Come scriverà Beckett: “Quel che non serve, via”. Via la pittura-scultura, via il compiacimento estetico, via i materiali canonici dell’arte - sostituiti da oggetti trovati - via l’asservimento ai valori del sistema dell’arte, incluso quello dell’avanguardia. Quel che rimane è un groviglio di rimandi nascosti sotto le apparenze di banalità. L’opera penetra negli interstizi della quotidianità creando pensieri nuovi.
Ridurre, ridurre, ridurre era la mia ossessione (…) volevo allontanarmi dall’atto fisico della pittura (…) mi interessavo alle idee (…) ecco la direzione che deve prendere l’arte: espressione intellettuale piuttosto che espressione animale. Ne ho abbastanza dell’espressione “fesso come un pittore” (Marcel Duchamp, intervista con James Johnson Sweeney, 1946)
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Piet Mondrian, Composizione in Rosso, Nero, Blu, Giallo e Grigio, 1920
Meno di quel che metterà Mondrian dal 1914 al 1944, in un quadro non si era mai messo: i tre colori primari più i noncolori, e le rette ortogonali. Quantità, posizione e relazione dei segni: tutte le variabili, millimetriche, sono articolate in modo da risultare ogni volta in armonioso equilibrio fra loro e con l’area-quadro sulla quale sono organizzate. Tutto risponde a una logica serrata, a un alfabeto coerente, totalmente essenzializzato.
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Lucio Fontana, Concetto spaziale - Attese, 1962
Un gesto che è anche un segno, è quanto basta per raccontare il pensiero che si traduce nel lavoro della mano: la materia che plasma, lo spazio che articola, il movimento che induce, la luce che qualifica lo spazio e l’infinito cui rinvia. Artista ancipite, protagonista dell’Informale e causa prima del suo superamento, Fontana mostra che più di quel che usa non serve. Un segno inconfondibile, costruito e simbolico, coerente con una ricerca iniziata trent’anni prima, ma camuffatosi da gesto banale: Duchamp non aveva fatto di meno. Da non dimenticare che attorno alla sua figura si coagula l’astrazione concretista italiana.
Le opere che facevo nel ‘46 non le ho mai chiamate quadri, ma fin dall’inizio le ho chiamate “concetti spaziali” e questo perché per me la pittura sta tutta nell’idea (Lucio Fontana, da un’intervista del 1967) [...]
L’articolo completo di Augusti Pieroni lo si raggiunge all’indirizzo http://www.fototensioni.net/less.html










28 September 2008, ore 23:42
ottimo lavoro